Vai al video, clicca qui sotto:

Clicca qui per riprodurre il video da youtube

text="#17204E" link="#00338D" vlink="#00338D" alink="#00BEFD" background="images/wall03a.gif">

 

[Home][Biografia][I Libri][Le Opere][Le Foto][Profeta del Cedro nel mondo][Come contattarmi]

 

 Saggistica

 

 

 


 

Opere di poesia in lingua e in Vernacolo Calabrese

 

 

 


 

 

 (...)  Le poesie di Galiano... non sono cimiteriali, non ci portano tra i morti o tra le rovine... Se ci immergiamo nel vernacolo delle liriche ritroviamo quell'asprezza, spigolosità, forte senso di identità e differenza che ci restituisce un sapore antico...Vi è diffusa ovunque un'aura sensuale qua forte e preponderante, là appena accennata e come trattenuta... La sensualità del poeta non è uno sguardo oggettivo: confonde tutto in sensazioni multiple non distinguibili in cui sono immerse le parole, i suoni, le immagini del mondo tradizionale, insieme alle nostre emozioni profonde toccate, all'invenzione del passato, alla scoperta del nostro presente (...)

 (Paolo Apolito, Prefazione al volume, 1985).

 


 

 

 Il profumo di cose innamorate è rimasto ammirativamente e consapevolmente nei versi di Galiano, come nostalgia di valori umani del tempo passato, come sentimento di bellezza espresso da persone e paesaggi del tempo in cui si viveva diversamente.
Galiano rivela quasi per frammenti (con memoria della lirica greca) la bellezza dei sentimenti... tutto si concentra nel ricordo della vita vissuta di situazioni vere per la loro pienezza e che non esistono più sicché la sua poesia ha in sé qualcosa del perduto, dell'irrevocabile che è nella musica sudamericana del tango... Abbiamo fatto il discorso della liricità perché ci troviamo non di fronte ad un poeta sciatto e prosastico, ma radicato nella vita del paese e capace di sentire antropologicamente la realtà, sulla base di una cultura popolare che per lui rappresenta il centro delle esperienze.

(Antonio Piromalli, La Letteratura Calabrese, Vol. II, 1996)

 


 

(...) Poeta organico al suo mondo, Franco Galiano non ha bisogno di "recuperare" il dialetto, o la cultura dialettale, che si porta nella memoria e nelle viscere. Per lui scrivere in dialetto non è un uscir fuori di se, un porsi in ascolto con orecchio altro, compiere un'operazione di scavo archeologico in un'area che non gli appartiene, di "recupero" di reperti"oggettivati e di catalogazione verbalizzata; è, al contrario, un'operazione di scavo interiore, di ricordo "fonico" di lontani suoni, di ricerca sul proprio campo per cogliere nel tratto arcaico del lessico e nella  vetustà del fonema il timbro giustoper destare un'adeguata risonanza nell'attesa culturale della comunità.

L'impasto linguistico che adopera è contemporaneamente frutto sofferto di ricerca filologica, memoria personale, espressiva popolare, selettività estetica... Nel rinarrare il mondo della memoria, l'infanzia perduta, i volti scomparsi, la natura incontaminata, la poesia accede a momenti di intesa tensione lirica, e si accosta - per gli altri esiti conseguiti - alla lirica contemporanea, a quella di Giotti, di Marin, di Pierro, o a certa poesia in dialetto di autori calabresi, ma, in questo caso, con maggiore onestà, con più sincera adesione, con un dialetto posseduto e scavato nel proprio humus culturale e rispondente, per dirla con Pasolini, a "un bisogno profondo di diversità" con funzione contestativa ed estetica insieme, e mai inventato, o "ricalcolato" su moduli espressivi altri... Galiano si trova ad assumere, in tal modo, una posizione centrale nel panorama poetico italiano. Frutto d'una scelta culturale e d'un bisogno estetico, la sua poesia è civile e lirica, intima e popolare, struggente e vigorosa, commossa e risentiva. In essa non si avverte quel sentore di posticcio, di artefatto, che la letterarietà e la ricerca del nuovo ad ogni costo lasciano trasudare, eppure è poesia forgiata con raffinati strumenti letterari; non si avverte il tono popolaresco che connota tanta poesia che si ispira al mondo popolare, e ne traduce i sentimenti con esiti linguistici purissimi; è del tutto assente la dichiarazione petulante d'impegno politico, ribadita fino alla noia da qualche poeta calabrese, eppura quella di Galiano è poesia percorsa da una lucida coscienza politica, ed è sguardo limpido, con cui è osservata e denunciata la profonda ingiustizia che governa la realtà meridionale. Per questa sua temperata e armonica ambivalenza, per la sua unità d'ispirazione da ricercare nell'adesione totale dell'intimo del poeta all'umanità sofferente, per questo suo uso finalemente nuovo del dialetto che sa tesaurizzare i più importanti esiti poetici della nostra letteratura, per il suo essere mediterranea ed europea - quella di Franco Galiano si rivela come una delle più alte prove della poesia calabrese contemporanea, e la mirabile espressione di una voce fresca e nuova e dolente della nostra regione.

        ( Leonardo R. Alario, Poesia e Dialettalità, 1995)

 


 

 

 


 

 Franco Galiano este rapsodul lucririlor uitate de lumea moderna, cel ce da glas celor tacuti, restituind poetului functionea sa profetica. Dar poezia este pentru el si o modestie a cuvantuluiu, spatiu in care este loc pentru toti, parfum durabili al lucrilor simple, care insa nu mai sunt vizibiile...
Galiano vocea Calabriei...

(Mihai Cezar Popescu, Romania Literara, martie 1996)

 

 

 

Opere Teatrali


 

 

 


 

PREFAZIONE DELL' AUTORE

 

Il teatro di chi scrive ha rappresentato, nelle pièces in vernacolo, motivi e aspetti del mondo artigiano e contadino oramai scomparsi, guardano a situazioni e problematiche di crisi proprie del nostro tempo, per cui, in certo qual modo, si è cercato di rendere, dialetticamente, presente (operazione ermwneutica sincronia): un teatro antropologico, propositivo, denso di provocazioni, che, mediante lo scavo linguistico, il recupero delle radici foniche dell' oralità e il mistilunguismo stesso, adottato come possibile denominatore assimilabile a più culture, ha inteso riproporre i valori della solidarietà, dell'amicizia, del rispetto della natura, della gioia di vivere e della gioia di vivere e della Gemeinschaft nel loro insieme, unitamente alla riscoperta della religiosità, quale categoria forte e radicata nell'uomo, fino all'utilizzo di concetti limite e chiave del sacro e dell'assunto teologico. su tela linea di continuità esistenziale per richiami e suggestioni letterarie si pone Mai dimenticare Scalea!, un testo destinato sia alla letteratura sia alla rappresentazione teatrale, in nuove modalità di coinvolgimento e di provocazione tra scena e platea, dove lo spettatore (in un contesto di crisi globale) è chiamato a reagire, a scegliere, a dare un senso alla propria vita contro il flusso della contemporanea e cinica deriva nichilistica e contro tutte quelle società chiuse che possono assumere carattere fondamentalistico e regressivo.....

E' un teatro della narrazione, questo, che punta al recupero della narrazione, questo, che punta al recupero della oralità, cui attribuisce un valore memoriale e rievocativo, quasi una terapia di resistenza al declino e al nulla, in una civiltà dominata dall'informazione e dalla tecnica: un teatro di idee e di parole, anzi di densita della parola, ma senza eccesso alcuno di sperimentalismo (d'altronde a partire dagli anni ottanta si è assistito ad un ritorno alla parola anche da parte di tante avanguardie), ma non teatro naturalista (con i soliti condizionamenti ereditari ed economici) nè borghese o salottiere, dove i personaggi si torturano l'un l'altro per strapparsi di dosso la maschera del conformismo e dell'ipocrisia, per scoprire quella identità che nei miei testi viene invece cercata a ricostruita dai personaggi mediante un confronto e un dialogo interculturale, aperto all' ascolto, dove ognuno riconosce i propri limiti e non assolutizza le proprie convinzioni su tematiche quali destino, provvidenza, liberta, tolleranza, senso della storia, immersi in un'aura di stranimento metafisico o in una sindrome lirica, dove il coro diviene riflessione e commento, costituendo una vera e propria azione teatrale come nel dramma greco.             

Teatro utopistico anche nel senso di poter realizzare il possibile, di poter migliorare la realtà attorno a sè, ribellandosi (come nella pièce Magaròse), per offrire olisticamente a tutti i membri della comunità una soluzione alla sfida dell'esistenza ed in senso lato per contestare un'anticultura di marca occidentale, che ha generato una società incapace di proteggere i perdenti e di aiutare concretamente i deboli, dando diritto di vita e di cittadinanza solo ai più efficienti, non riuscendo ancora a saper utilizzare le risorse del diverso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi possediamo certamente maggiori comodità, più soddisfazioni nel lavoro, ma abbiamo perduto i geni dell'arte, i musici, i poeti, gli ingenui innamorati della vita... Il mondo che ci stiamo costruendo è un mondo di orrore, di integralismi, di guerre fratricide e di saccheggi, di cimiteri d'immondizia... Ci intristisce un'infanzia non più ritrovata, un'innocenza violentata, una rassegnazione di fondo come alibi  del male, una rinuncia a non sapersi più arrestare davanti al baratro... Prevalgono la spietata logica del successo e dell'apparire assieme all'apparire assieme all'arida violenza della merce... Scomparso l'orizonte si è senza orizzonti, prigionieri di un presente che si cerca di dorare, mercificati calcificati, in una società affluente che appare ricca di prodotti, ma povera di spiritualità. Tuttavia nel rifiuto di rassegnarsi e nella resistenza a tutto ciò, risiede la lezione e la attualità di tale teatro che va, con i suoi testi, in definitiva, dall'anima alle cose e dalle cose ritorna all'anima, cercando di saldare l'unità profonda tra la dimensione fisica e quella spirituale, mediante il linguaggio dell'interiorità.

L'arte ha molto della religione: più le ragioni dell'arte sono inconciliabili con la modernità e con la tecnica più riescono potenti.

Quest'ultima sembra voler permeare tutto, ma non riuscirà mai ad annientare la memoria del villaggio globale e el ragioni abissali del cuore umano, abisso di quel linguaggio primordiale e simbolico, luogo del mythos, che appartiene alla stessa natura dell'uomo.

Non dal postmoderno al nulla, perciò, ma dal postmoderno all'essere, anzi alla custodia di quell'esserci, di quella eternità offerta nel tempo, che guarda ad una società retta ancora da valori e da invarianti umane (senza dominio e senza sopraffazione), un esserci con apertura ottimistica e   sentimentale (ma senza eccessivi rimpianti di idilli rusticanti), che salva per utilizzare il salvato, recuperando tradizioni, arte ed aspetti socio-culturali trascorsi (nello specifico quelli della società preconsumistica), per divenire disponibili alla sfida, al confronto, al cambiamento, all'arricchimento reciproco e comunitario, senza respingere in toto nè la modernità liquida nè la forza delle proprie peculiarità.

                                                                  Franco Galiano

 

PREFAZIONE DELL' AUTORE

Trasformare dal di dentro la vita e il mondo per purificarsi, pentirsi dissolvere tutte le strutture di asservimento fisico e mentale…….Conoscere l'intero non il parziale le ragioni ultime, dare senso all'uomo e al mondo mediante una ricerca senza fine con apertura al mistero, permettendo un nuovo modo di radicarci sulla terra dove quella verità che è destino nega il nulla, verità libera contro ogni pensiero calcolante.
I poeti non sono il mondo ma vivono nel mondo, non sono la fuga dal mondo, ma la trasformazione intima del mondo. Oltre il valore di scambio, oltre gli imperativi del consumo, oltre il mercato e la dittatura dei desideri, ritengono interessante essere disinteressati, in quanto la vera arte è l' inutilità utile, capace di un costante e franco dialogo con gli uomini, senza conformarsi alla mentalità dominante, creando un centro etico ed estetico propulsore di idee innovatrici che agiscono per trasformare, migliorare l'esistente e delegittimare ogni forma di dominio edificato per asservire l'uomo, di fare il bene per il bene, esercitare il dono per il dono, bisogna uscire dall'utilitarismo esasperato .
In questa post-modernità di relativismo culturale, di naufragi e di cadute in cui è immediata la sete di bruciare l'istante e di assolutizzare l'intensità dell'attimo, si fa strada la nostalgia del senso perduto, la scoperta dell'altro, anzi del totalmente Altro assieme alla ricerca di un' ultima patria dove l'eternità è compimento e viene coniugata la speranza (unica risposta conveniente ed adeguata alla condizione umana che può essere oscurata dalla presunzione) con la liberazione concreta degli uomini, legati da quell'amore, che tiene uniti oltre la morte, oltre la cenere dell'uomo.
L'uomo disperato è chi, arroccato su se stesso, si appaga del tempo e non aspetta nulla dal futuro.
L'estrema miseria è la tranquillità, l'indifferenza, la rassegnazione o il sentirsi sollevati dal polveroso senso del peccato e della responsabilità, schiavi di ottiche mondane, variabili e confuse. Mai allontanarsi, pertanto, dalle fonti genuine dell'umiltà, all'insegna della giusta tolleranza e di quella libertà che non diviene mai assoluta, per cui il singolare è in comune ed il comune è in singolare reciprocità. Infine, la fragilità e la colpa, l'essere riconosciuti piuttosto che l'avere, rendano più piena la vita!

Franco Galiano

 

PREZAFIONE DELL'AUTORE

Che il Cedro abbia richiamato e richiami ancora nel presente le fatiche e le attese del mondo contadino, che abbia sensibilmente nel corso dei decenni modificato il paesaggio dell'alta costiera cosentina, che abbia contribuito ad accrescere, tra pendii collinari di vigneti e di ulivi e vallate anguste i profumi e le attese della Riviera è un fatto letterario e mediatico ampiamente acquisito.
Il cedro, dopo aver guadagnato creazioni pittoriche e grafiche in varie mostre e manifestazioni, oggi per merito dei Cameristi di Laos e di Salvatore Sangiovanni, giovane pianista della Riviera conosciuto nella Slesia, nel corso di un proficuo gemellaggio, ha ottenuto una musa in più quella di Tersicore ovvero musicale, sospesa tra sopraggiunte sollecitazioni postmoderne ed atmosfere vintage di timbro rusticano.
A Silherovice, a Benesov, a Bolatice, ad Opava, ad Ostrava nel corso di quel vagabondaggio proficuo e mittleuropeo, tra musei, biblioteche, parchi, chiese gotiche, cimiteri, centri sociali e sportivi, ci fu modo, tra le impressioni di quegli spazi, aperti e suggestivi e di quella organizzazione sociale puntuale e condivisa,
di conversare confidenzialmente di musica e soprattutto di musica ceca, nei suoi più illustri esponenti e numi tutelari.
Si parlò pertanto dell'opera di Janá?ek, improntate ad una sofferta problematica morale ed una fiducia nella natura come fonte di vita libera, con gli animali presi ad emblema di innocenza, contrapposti all'ipocrisia e ai vizi degli uomini. Delle matrici melodiche e ritmiche del suo linguaggio musicale, della freschezza della sua narrazione, delle confessioni tenere ed improvvise, dell'ottimismo intensamente
lirico. Si parlò di Smetana, pianista boemo, compositore orchestrale, morto a Praga, creativo fino agli ultimi giorni di follia. Di Dvo?ák, creatore e di sinfonie e musiche da camera, ottimista, che amava richiamarsi sia ai modelli colti tedeschi, primo fra tutti Brahms, sia alle tradizioni locali parlate, al senso positivo del mondo popolare, di cui sentiva un fascino nostalgico, consapevole di quale cambiamento il tempo possa operare nel recupero dei ricordi, lasciandoli rielaborare dalle inattese e non sperate esperienze successive.
Si parlò del verismo musicale di Mascagni, di Leoncavallo, di Puccini della vena melodica impetuosa che prorompe dalle passioni elementari delle creazioni immortali, della componente discorsiva della loro musica frammentata in entità minime e ricomposte poi per grandi blocchi, ciascuno coerente in sé e concorrente a determinare un insieme poliedrico per un canto che inclina al crepuscolare, al vocalico e al parlato.
In quei giorni feci dono al giovane compositore una copia de I Canzuni i Malarrazza,
raccolta di liriche in vernacolo calabrese che avevo con me, e che mi confessò in seguito di aver letto in una sola notte, restandone suggestionato: avrebbe deciso al ritorno in Calabria, di musicare sentimenti collettivi passioni gioie e sofferenze di quel mondo cantato in versi, dove la vita quasi elementare è guardata alle radici negli aspetti più profondi con partecipazione intima più che con superiore curiosità di intellettuale……
E così i Canzuni i Malarrazza, dove il poeta ha intersecato gli accenti popolari felicemente con gli spunti colti della tradizione letteraria, vengono rivisitate ed inserite in un rapporto musica poesia, trovando espressione nel talento musicale di Salvatore Sangiovanni, nella voce fulgida e preziosa della soprano Antonella Biondo e nell'affabulazione di altri interpreti in ascesa.

 

Franco Galiano

 

Questo lavoro letterario di Franco Galiano è volentieri sponsorizzato e proposto dal Consorzio Pro Loco ‘Riviera dei Cedri ‘Alto Tirreno Cosentino’,il quale nasce  per volontà delle Pro Loco della  Riviera stessa.
I Territori che rientrano nel Consorzio sono: Tortora, Aieta, Praia a Mare, Mormanno, San Nicola Arcella, Verbicaro, Scalea, Santa Domenica Talao, Orsomarso, Santa Maria del Cedro, Maierà, Buonvicino, Diamante, Belvedere Marittimo, Sangineto, Cetraro.
Non c’è in tutta la linea costiera dell’Italia un tratto più bello di quello della Riviera dei Cedri, dove i monti fanno a gara e si tuffano precipitosi nell’acqua limpida del mare. In questa splendida cornice, oltre alla varietà paesaggistica, si passa dai colori verdi dei monti ai colori azzurri e blu per cui  lo specchio marino confina con il cielo in un cromatismo sorprendente di fauna e flora mediterranea..Si tratta di una quarantina di chilometri di costa dove incontriamo diverse zone con le proprie specificità ma tutte caratterizzate da una forte identità rivierasca.Una identità fornita da una storia comune: si incontrano le varie sub colonie di Blanda, Laos e Skidros. Quest’ area esalta i sensi di chi vi giunge, ma soprattutto di chi conosce profondamente i tanti tesori che rivela e custodisce. Tra le varie perle dobbiamo annoverare: le torri di avvistamento di Santa Maria del Cedro, le isole costiere, ancora selvatiche, i ruderi della latina e greca Cirella, le Terme Luigiane, il Castello di Sangineto e quello Aragonese di Belvedere Marittimo con la Montea, le tante Chiese, ed ancora Santa Domenica Talao, balaustra sul mare, Orsomarso, Verbicaro, Grisolia, Maierà con il Carpinoso, Buonvicino, tutti borghi incantevolmente adagiati sulle balze collinari del Parco Nazionale del Pollino dove dominano le coltivazioni dell’olivo e della vite con il soave zibibbo,  le cedriere odorose e  le coltivazioni del peperoncino piccante, le coltivazioni rivierasche ed autoctone  degli ortaggi e dei frutteti grazie alle condizioni climatiche costantemente temperate per i corsi   d’acqua che rispondono al nome di Laos, Argentino, Abatemarco, Vaccata, Corvino, Soleo.

Franco  Galiano è per tutti noi estimatori della Riviera, uno scrittore di rilievo, motivato nel sociale, libero e non organico ad alcuna deriva partitica. Per naturale filiazione e destino, è interessato alle varie tematiche culturali del territorio ed oltre,  specialmente per quanto concerne il Cedro, frutto sacro e simbolico, legato al popolo ebraico. Egli può essere definito, per la sua ricerca attenta e passionata, un indiscusso testimonial della cultura della Riviera dei Cedri, in quanto, grazie ai suoi saggi brillanti ed alle sue analisi certosine, il territorio viene ad arricchirsi di nuovi immaginari collettivi e di un patrimonio culturale comune. La libertà della sua ricerca diventa un orizzonte sempre più ampliato di un cammino già intrapreso, un nuovo modo di raccontare il nostro sistema di scambio e riconoscimento:  un lavoro di altissimo pregio che scopre nel  territorio della Riviera dei Cedri un crocevia di flussi e di apporti che derivano dai tanti viaggiatori e profeti che hanno percorso ed illuminato questo  territorio.

Al centro del percorso si pone l’agro di Scalea, un tempo ritrovo di marinai e contadini dove il commercio delle merci e la produzione agricola ne realizzarono  il tessuto economico assieme  all’impronta che  grandi intellettuali vi lasciarono, quali Gregorio Caloprese,  Pietro Metastasio, Gian Vincenzo Gravina, Oreste Dito, Attilio Pepe.
Nell’antico borgo spiccano prestigiosi palazzi che negli anni furono abitati dai potenti Pallamolla, i Spinelli, Romano,  De Bonis,  Cupido.. L’importanza delle campagne e il lavoro del contadino –sembra suggerire Galiano-serve ad avere antiche radici di transumanza di greggi e di emigrazione umana. 
La terra trasmette i valori della parsimonia, del  sacrificio, della fatica, della solidarietà e  della  tenacia.
Bisogna ricreare la possibilità di  scrutare  l’invisibile e  di  osservare nel silenzio ciò che ci è attorno: solo così le cadenze  cicliche  di ciò che è rurale possono vincere i ritmi  selvaggi del moderno. Nelle calde giornate, i bambini del tempo preparavano i giochi per le  feste paesane, dove tutti si davano appuntamento e si ritrovavano vestiti a festa con abiti fatti al telaio e ricamati a mano. Nella difficoltà di una economia stentata le cose semplici divenivano amiche ed appaganti.
Le pietanze povere venivano assaporate nella coralità conviviale o familiare. Si era quasi felici e più umani. L’antico borgo ha visto inoltre fiorire, in epoca risorgimentale,  molti patrioti
che si sono battuti per la libertà e i diritti universali ed ha accolto negli ultimi decenni tra i visitatori ed estimatori,  celebrità  dell’arte e divi dello spettacolo.
In un mondo, infine, sempre più caratterizzato da interconnessioni globali, si vive  una quotidianità a volte tragica, dove non mancano gravi problemi quali oppressioni politiche e religiose, discriminazioni razziali, violazioni di diritti umani elementari, che non risparmiano né i paesi ricchi né quelli poveri. Senza la soluzione di tali miserie non può esserci reale e sano sviluppo.
Il post-moderno della Riviera deve pertanto partire da un processo di bottom-up (dal basso verso l’alto) che sappia coniugare il ricco patrimonio territoriale, la cultura popolare e le  risorse umane autoctone  con le opportunità  globali, nella prospettiva fiduciosa di uno sviluppo endogeno e di una crescita all’insegna del dialogo e della  integrazione pacifica delle differenze oramai presenti anche in ogni  più lontana  periferia 
              Antonello Grosso La Valle                                                                          

Presidente Consorzio Pro Loco  (2011)

 

 

Contro l’italiano anonimo e banalizzato è presente nelle librerie La Terra del Mazzuco di Franco Galiano (Edizioni Accademia del Peperoncino, Diamante), silloge di raccolte poetiche dell’ Autore in vernacolo, una variante questo di dialetto calabrese della Riviera dei Cedri, tuttora senza una tradizione e codificazione scritta, ma lingua speciale capace di umori sanguigni, di sensuali delicatezze e vibrate proteste…..Il libro si avvale di un lungo saggio  introduttivo  del noto dialettologo Leonardo  Alario, che è stato uno  tra i primi estimatori del poeta e di due prefazioni a parti dell’opera: una del grande e compianto critico letterario Antonio Piromalli, che definisce le poesie di Galiano come tra le più belle mai scritte in Calabria, l’altra dell’illustre antropologo Paolo Apolito  che parla di Galiano come di un poeta della memoria e del presente che riesce a  rendere dialetticamente presente il passato e passato il presente.
Una sezione è dedicata alle traduzioni in vernacolo  che l’Autore ha derivato da  Orazio, Catullo e d’Annunzio (pare che la famosissima Pioggia nel Pineto venga  tradotta per la prima volta in dialetto calabrese). Un’altra parte del volume contiene  poesie della raccolta  tradotte in romeno e fotografie di performance e incontri dell’Autore, ospite in circoli culturali a Bucarest.
L’opera di Galiano, in sintesi,  a detta della critica più recente, si può inserire  a pieno titolo nella poesia contemporanea  europea e  nel più illuminante pensiero meridiano, sebbene con personale e progressiva criticità, in quanto  la sua poesia è narrativa e lirica,  cognitiva e liberatoria  senza mai cedere all’idillio, al patetico, al bozzettismo folcloristico o all’impressionismo naturalistico e decadente.
Infatti, sulla scia di Pasolini e della migliore tradizione dialettale il Nostro riesce a  sottrarre la parlata vernacolare  al ruolo di espressione ingenua e folclorica del mondo popolare per farne un linguaggio autentico, insieme storico e senza tempo, capace di  opporsi alla violenza della modernità , del consumismo e della omologazione: la scelta insomma del dialetto come lingua di un microcosmo( non si soffre e si gioisce, forse,  in qualsiasi parlata,  anche in quella più periferica ed arcaica?) per cantare la gioia come l’estasi del paesaggio e la nostalgia degli antichi valori, ma anche  la durezza della vita rurale, la sofferenza, le ingiustizie, i soprusi, le pene, tutte metafore esistenziali di una condizione umana non fatalistica ma tuttavia modificabile.
Un poeta, Galiano, per dirla con Camus,  perciò  in rivolta (‘a poisìje, fratè, jè nu rivute ‘nsunnate…) né attardato né retrivo né lacrimoso né falsamente  populista, ma cantore della provincia emarginata  e voce progressiva di quella Calabria generosa  e scommettitrice (la partita non è mai chiusa!) che vuole trasformare il dolore in forza, le arretratezze in protesta,  in riscatto, in opportunità di uomini liberi ed in quella coscienza civica che prende a non ridursi là dove le radici etniche non sono ancora inaridite, secondo la migliore sfida di cultura meridiana ed autoctona.

Tiziana Ruffo, Gazzetta del Sud, domenica 6 maggio 2012

 

 

[Home][Biografia][I Libri][Le Opere][Le Foto][Profeta del Cedro nel mondo][Come contattarmi]