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 Saggistica

 

 

 


 

Opere di poesia in lingua e in Vernacolo Calabrese

 

 

 


 

 

 (...)  Le poesie di Galiano... non sono cimiteriali, non ci portano tra i morti o tra le rovine... Se ci immergiamo nel vernacolo delle liriche ritroviamo quell'asprezza, spigolosità, forte senso di identità e differenza che ci restituisce un sapore antico...Vi è diffusa ovunque un'aura sensuale qua forte e preponderante, là appena accennata e come trattenuta... La sensualità del poeta non è uno sguardo oggettivo: confonde tutto in sensazioni multiple non distinguibili in cui sono immerse le parole, i suoni, le immagini del mondo tradizionale, insieme alle nostre emozioni profonde toccate, all'invenzione del passato, alla scoperta del nostro presente (...)

 (Paolo Apolito, Prefazione al volume, 1985).

 


 

 

 Il profumo di cose innamorate è rimasto ammirativamente e consapevolmente nei versi di Galiano, come nostalgia di valori umani del tempo passato, come sentimento di bellezza espresso da persone e paesaggi del tempo in cui si viveva diversamente.
Galiano rivela quasi per frammenti (con memoria della lirica greca) la bellezza dei sentimenti... tutto si concentra nel ricordo della vita vissuta di situazioni vere per la loro pienezza e che non esistono più sicché la sua poesia ha in sé qualcosa del perduto, dell'irrevocabile che è nella musica sudamericana del tango... Abbiamo fatto il discorso della liricità perché ci troviamo non di fronte ad un poeta sciatto e prosastico, ma radicato nella vita del paese e capace di sentire antropologicamente la realtà, sulla base di una cultura popolare che per lui rappresenta il centro delle esperienze.

(Antonio Piromalli, La Letteratura Calabrese, Vol. II, 1996)

 


 

(...) Poeta organico al suo mondo, Franco Galiano non ha bisogno di "recuperare" il dialetto, o la cultura dialettale, che si porta nella memoria e nelle viscere. Per lui scrivere in dialetto non è un uscir fuori di se, un porsi in ascolto con orecchio altro, compiere un'operazione di scavo archeologico in un'area che non gli appartiene, di "recupero" di reperti"oggettivati e di catalogazione verbalizzata; è, al contrario, un'operazione di scavo interiore, di ricordo "fonico" di lontani suoni, di ricerca sul proprio campo per cogliere nel tratto arcaico del lessico e nella  vetustà del fonema il timbro giustoper destare un'adeguata risonanza nell'attesa culturale della comunità.

L'impasto linguistico che adopera è contemporaneamente frutto sofferto di ricerca filologica, memoria personale, espressiva popolare, selettività estetica... Nel rinarrare il mondo della memoria, l'infanzia perduta, i volti scomparsi, la natura incontaminata, la poesia accede a momenti di intesa tensione lirica, e si accosta - per gli altri esiti conseguiti - alla lirica contemporanea, a quella di Giotti, di Marin, di Pierro, o a certa poesia in dialetto di autori calabresi, ma, in questo caso, con maggiore onestà, con più sincera adesione, con un dialetto posseduto e scavato nel proprio humus culturale e rispondente, per dirla con Pasolini, a "un bisogno profondo di diversità" con funzione contestativa ed estetica insieme, e mai inventato, o "ricalcolato" su moduli espressivi altri... Galiano si trova ad assumere, in tal modo, una posizione centrale nel panorama poetico italiano. Frutto d'una scelta culturale e d'un bisogno estetico, la sua poesia è civile e lirica, intima e popolare, struggente e vigorosa, commossa e risentiva. In essa non si avverte quel sentore di posticcio, di artefatto, che la letterarietà e la ricerca del nuovo ad ogni costo lasciano trasudare, eppure è poesia forgiata con raffinati strumenti letterari; non si avverte il tono popolaresco che connota tanta poesia che si ispira al mondo popolare, e ne traduce i sentimenti con esiti linguistici purissimi; è del tutto assente la dichiarazione petulante d'impegno politico, ribadita fino alla noia da qualche poeta calabrese, eppura quella di Galiano è poesia percorsa da una lucida coscienza politica, ed è sguardo limpido, con cui è osservata e denunciata la profonda ingiustizia che governa la realtà meridionale. Per questa sua temperata e armonica ambivalenza, per la sua unità d'ispirazione da ricercare nell'adesione totale dell'intimo del poeta all'umanità sofferente, per questo suo uso finalemente nuovo del dialetto che sa tesaurizzare i più importanti esiti poetici della nostra letteratura, per il suo essere mediterranea ed europea - quella di Franco Galiano si rivela come una delle più alte prove della poesia calabrese contemporanea, e la mirabile espressione di una voce fresca e nuova e dolente della nostra regione.

        ( Leonardo R. Alario, Poesia e Dialettalità, 1995)

 


 

 

 


 

 Franco Galiano este rapsodul lucririlor uitate de lumea moderna, cel ce da glas celor tacuti, restituind poetului functionea sa profetica. Dar poezia este pentru el si o modestie a cuvantuluiu, spatiu in care este loc pentru toti, parfum durabili al lucrilor simple, care insa nu mai sunt vizibiile...
Galiano vocea Calabriei...

(Mihai Cezar Popescu, Romania Literara, martie 1996)

 

 

Opere Teatrali


 

 

 


 

PREFAZIONE DELL' AUTORE

 

Il teatro di chi scrive ha rappresentato, nelle pièces in vernacolo, motivi e aspetti del mondo artigiano e contadino oramai scomparsi, guardano a situazioni e problematiche di crisi proprie del nostro tempo, per cui, in certo qual modo, si è cercato di rendere, dialetticamente, presente (operazione ermwneutica sincronia): un teatro antropologico, propositivo, denso di provocazioni, che, mediante lo scavo linguistico, il recupero delle radici foniche dell' oralità e il mistilunguismo stesso, adottato come possibile denominatore assimilabile a più culture, ha inteso riproporre i valori della solidarietà, dell'amicizia, del rispetto della natura, della gioia di vivere e della gioia di vivere e della Gemeinschaft nel loro insieme, unitamente alla riscoperta della religiosità, quale categoria forte e radicata nell'uomo, fino all'utilizzo di concetti limite e chiave del sacro e dell'assunto teologico. su tela linea di continuità esistenziale per richiami e suggestioni letterarie si pone Mai dimenticare Scalea!, un testo destinato sia alla letteratura sia alla rappresentazione teatrale, in nuove modalità di coinvolgimento e di provocazione tra scena e platea, dove lo spettatore (in un contesto di crisi globale) è chiamato a reagire, a scegliere, a dare un senso alla propria vita contro il flusso della contemporanea e cinica deriva nichilistica e contro tutte quelle società chiuse che possono assumere carattere fondamentalistico e regressivo.....

E' un teatro della narrazione, questo, che punta al recupero della narrazione, questo, che punta al recupero della oralità, cui attribuisce un valore memoriale e rievocativo, quasi una terapia di resistenza al declino e al nulla, in una civiltà dominata dall'informazione e dalla tecnica: un teatro di idee e di parole, anzi di densita della parola, ma senza eccesso alcuno di sperimentalismo (d'altronde a partire dagli anni ottanta si è assistito ad un ritorno alla parola anche da parte di tante avanguardie), ma non teatro naturalista (con i soliti condizionamenti ereditari ed economici) nè borghese o salottiere, dove i personaggi si torturano l'un l'altro per strapparsi di dosso la maschera del conformismo e dell'ipocrisia, per scoprire quella identità che nei miei testi viene invece cercata a ricostruita dai personaggi mediante un confronto e un dialogo interculturale, aperto all' ascolto, dove ognuno riconosce i propri limiti e non assolutizza le proprie convinzioni su tematiche quali destino, provvidenza, liberta, tolleranza, senso della storia, immersi in un'aura di stranimento metafisico o in una sindrome lirica, dove il coro diviene riflessione e commento, costituendo una vera e propria azione teatrale come nel dramma greco.             

Teatro utopistico anche nel senso di poter realizzare il possibile, di poter migliorare la realtà attorno a sè, ribellandosi (come nella pièce Magaròse), per offrire olisticamente a tutti i membri della comunità una soluzione alla sfida dell'esistenza ed in senso lato per contestare un'anticultura di marca occidentale, che ha generato una società incapace di proteggere i perdenti e di aiutare concretamente i deboli, dando diritto di vita e di cittadinanza solo ai più efficienti, non riuscendo ancora a saper utilizzare le risorse del diverso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi possediamo certamente maggiori comodità, più soddisfazioni nel lavoro, ma abbiamo perduto i geni dell'arte, i musici, i poeti, gli ingenui innamorati della vita... Il mondo che ci stiamo costruendo è un mondo di orrore, di integralismi, di guerre fratricide e di saccheggi, di cimiteri d'immondizia... Ci intristisce un'infanzia non più ritrovata, un'innocenza violentata, una rassegnazione di fondo come alibi  del male, una rinuncia a non sapersi più arrestare davanti al baratro... Prevalgono la spietata logica del successo e dell'apparire assieme all'apparire assieme all'arida violenza della merce... Scomparso l'orizonte si è senza orizzonti, prigionieri di un presente che si cerca di dorare, mercificati calcificati, in una società affluente che appare ricca di prodotti, ma povera di spiritualità. Tuttavia nel rifiuto di rassegnarsi e nella resistenza a tutto ciò, risiede la lezione e la attualità di tale teatro che va, con i suoi testi, in definitiva, dall'anima alle cose e dalle cose ritorna all'anima, cercando di saldare l'unità profonda tra la dimensione fisica e quella spirituale, mediante il linguaggio dell'interiorità.

L'arte ha molto della religione: più le ragioni dell'arte sono inconciliabili con la modernità e con la tecnica più riescono potenti.

Quest'ultima sembra voler permeare tutto, ma non riuscirà mai ad annientare la memoria del villaggio globale e el ragioni abissali del cuore umano, abisso di quel linguaggio primordiale e simbolico, luogo del mythos, che appartiene alla stessa natura dell'uomo.

Non dal postmoderno al nulla, perciò, ma dal postmoderno all'essere, anzi alla custodia di quell'esserci, di quella eternità offerta nel tempo, che guarda ad una società retta ancora da valori e da invarianti umane (senza dominio e senza sopraffazione), un esserci con apertura ottimistica e   sentimentale (ma senza eccessivi rimpianti di idilli rusticanti), che salva per utilizzare il salvato, recuperando tradizioni, arte ed aspetti socio-culturali trascorsi (nello specifico quelli della società preconsumistica), per divenire disponibili alla sfida, al confronto, al cambiamento, all'arricchimento reciproco e comunitario, senza respingere in toto nè la modernità liquida nè la forza delle proprie peculiarità.

                                                                  Franco Galiano

 

PREFAZIONE DELL' AUTORE

Trasformare dal di dentro la vita e il mondo per purificarsi, pentirsi dissolvere tutte le strutture di asservimento fisico e mentale…….Conoscere l'intero non il parziale le ragioni ultime, dare senso all'uomo e al mondo mediante una ricerca senza fine con apertura al mistero, permettendo un nuovo modo di radicarci sulla terra dove quella verità che è destino nega il nulla, verità libera contro ogni pensiero calcolante.
I poeti non sono il mondo ma vivono nel mondo, non sono la fuga dal mondo, ma la trasformazione intima del mondo. Oltre il valore di scambio, oltre gli imperativi del consumo, oltre il mercato e la dittatura dei desideri, ritengono interessante essere disinteressati, in quanto la vera arte è l' inutilità utile, capace di un costante e franco dialogo con gli uomini, senza conformarsi alla mentalità dominante, creando un centro etico ed estetico propulsore di idee innovatrici che agiscono per trasformare, migliorare l'esistente e delegittimare ogni forma di dominio edificato per asservire l'uomo, di fare il bene per il bene, esercitare il dono per il dono, bisogna uscire dall'utilitarismo esasperato .
In questa post-modernità di relativismo culturale, di naufragi e di cadute in cui è immediata la sete di bruciare l'istante e di assolutizzare l'intensità dell'attimo, si fa strada la nostalgia del senso perduto, la scoperta dell'altro, anzi del totalmente Altro assieme alla ricerca di un' ultima patria dove l'eternità è compimento e viene coniugata la speranza (unica risposta conveniente ed adeguata alla condizione umana che può essere oscurata dalla presunzione) con la liberazione concreta degli uomini, legati da quell'amore, che tiene uniti oltre la morte, oltre la cenere dell'uomo.
L'uomo disperato è chi, arroccato su se stesso, si appaga del tempo e non aspetta nulla dal futuro.
L'estrema miseria è la tranquillità, l'indifferenza, la rassegnazione o il sentirsi sollevati dal polveroso senso del peccato e della responsabilità, schiavi di ottiche mondane, variabili e confuse. Mai allontanarsi, pertanto, dalle fonti genuine dell'umiltà, all'insegna della giusta tolleranza e di quella libertà che non diviene mai assoluta, per cui il singolare è in comune ed il comune è in singolare reciprocità. Infine, la fragilità e la colpa, l'essere riconosciuti piuttosto che l'avere, rendano più piena la vita!

Franco Galiano

 

PREZAFIONE DELL'AUTORE

Che il Cedro abbia richiamato e richiami ancora nel presente le fatiche e le attese del mondo contadino, che abbia sensibilmente nel corso dei decenni modificato il paesaggio dell'alta costiera cosentina, che abbia contribuito ad accrescere, tra pendii collinari di vigneti e di ulivi e vallate anguste i profumi e le attese della Riviera è un fatto letterario e mediatico ampiamente acquisito.
Il cedro, dopo aver guadagnato creazioni pittoriche e grafiche in varie mostre e manifestazioni, oggi per merito dei Cameristi di Laos e di Salvatore Sangiovanni, giovane pianista della Riviera conosciuto nella Slesia, nel corso di un proficuo gemellaggio, ha ottenuto una musa in più quella di Tersicore ovvero musicale, sospesa tra sopraggiunte sollecitazioni postmoderne ed atmosfere vintage di timbro rusticano.
A Silherovice, a Benesov, a Bolatice, ad Opava, ad Ostrava nel corso di quel vagabondaggio proficuo e mittleuropeo, tra musei, biblioteche, parchi, chiese gotiche, cimiteri, centri sociali e sportivi, ci fu modo, tra le impressioni di quegli spazi, aperti e suggestivi e di quella organizzazione sociale puntuale e condivisa,
di conversare confidenzialmente di musica e soprattutto di musica ceca, nei suoi più illustri esponenti e numi tutelari.
Si parlò pertanto dell'opera di Janá?ek, improntate ad una sofferta problematica morale ed una fiducia nella natura come fonte di vita libera, con gli animali presi ad emblema di innocenza, contrapposti all'ipocrisia e ai vizi degli uomini. Delle matrici melodiche e ritmiche del suo linguaggio musicale, della freschezza della sua narrazione, delle confessioni tenere ed improvvise, dell'ottimismo intensamente
lirico. Si parlò di Smetana, pianista boemo, compositore orchestrale, morto a Praga, creativo fino agli ultimi giorni di follia. Di Dvo?ák, creatore e di sinfonie e musiche da camera, ottimista, che amava richiamarsi sia ai modelli colti tedeschi, primo fra tutti Brahms, sia alle tradizioni locali parlate, al senso positivo del mondo popolare, di cui sentiva un fascino nostalgico, consapevole di quale cambiamento il tempo possa operare nel recupero dei ricordi, lasciandoli rielaborare dalle inattese e non sperate esperienze successive.
Si parlò del verismo musicale di Mascagni, di Leoncavallo, di Puccini della vena melodica impetuosa che prorompe dalle passioni elementari delle creazioni immortali, della componente discorsiva della loro musica frammentata in entità minime e ricomposte poi per grandi blocchi, ciascuno coerente in sé e concorrente a determinare un insieme poliedrico per un canto che inclina al crepuscolare, al vocalico e al parlato.
In quei giorni feci dono al giovane compositore una copia de I Canzuni i Malarrazza,
raccolta di liriche in vernacolo calabrese che avevo con me, e che mi confessò in seguito di aver letto in una sola notte, restandone suggestionato: avrebbe deciso al ritorno in Calabria, di musicare sentimenti collettivi passioni gioie e sofferenze di quel mondo cantato in versi, dove la vita quasi elementare è guardata alle radici negli aspetti più profondi con partecipazione intima più che con superiore curiosità di intellettuale……
E così i Canzuni i Malarrazza, dove il poeta ha intersecato gli accenti popolari felicemente con gli spunti colti della tradizione letteraria, vengono rivisitate ed inserite in un rapporto musica poesia, trovando espressione nel talento musicale di Salvatore Sangiovanni, nella voce fulgida e preziosa della soprano Antonella Biondo e nell'affabulazione di altri interpreti in ascesa.

 

Franco Galiano

 

 

 

 

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